Una bussola per riconoscere la tossicità fin dall’inizio.

Era passato solo un mese. Trenta giorni in cui pensavi che un bacio via emoticon fosse romanticismo e invece era già in corso un piccolo laboratorio di manipolazione emotiva. La mattina lui ti manda un bacio virtuale. Tu rispondi con un bacio e un buongiorno.
Tutto normale.
La giornata scorre: tu sei dai tuoi genitori, respirando aria vera, lontana dalla frenesia digitale. Nessuno muore se non ci si scrive per qualche ora. Lui, invece, no. Muore… di sospetto.
La tua giornata normale diventa il terreno di un thriller psicologico in miniatura, come se stessi camminando sul pavimento di una cucina ricoperta di bucce di banana invisibili.
Alle 19:00 rientri a casa con il cuore che batte forte. Avevi comprato qualcosa per VOI, piccolo gesto concreto, pensato per dire:
“Ci sono, ci penso, ti voglio bene.”
Entusiasmo alle stelle, sorriso sulle labbra. Gli scrivo un messaggio, dolce, gentile, con euforia condivido la foto del pensiero avuto per NOI.
E poi, il colpo: accuse.
Ti dice che non ti sei fatta sentire tutto il giorno. La cosa assurda? Anche lui non aveva scritto nulla. La tua normalità diventa colpa. Una trappola invisibile, costruita pezzo per pezzo, come un origami di tensione emotiva che non avevi ordinato. Ti ritrovi a scusarti, tante volte, troppe volte, tutta la sera, come se respirare fosse già un peccato. Poi arriva il suo lungo messaggio, un piccolo trattato mattutino sul funzionamento della tua mente, sulle tue scuse, sulle tue paure, sulla tua vita passata.


Ogni frase è un piccolo specchio deformante:
“Quando si sente la mancanza di una persona e quella persona non arriva, la mente per smettere di soffrire va in protezione…”
Tradotto: “Se non sei disponibile 24/7, rischi di perdere tutto.”
Veleno elegante, come champagne ghiacciato che ti fa sorridere e poi ti provoca un bruciore allo stomaco.
“Penso che le scuse possano avere due chiavi di lettura… scusa ma ho dovuto farlo… ecco, quest’ultima sembra un po’ la tua…”
Ti fa dubitare persino del modo in cui respiri. Specchio deformante, montagna russa emotiva: tu giù, lui sopra.
Come se stessi cercando di camminare su un tapis roulant ricoperto di gelato fuso, senza cadere.
“E per finire penso che sei ancora troppo impantanata nella vita passata… Non sono timori e questi sono i miei pensieri che ho elaborato stanotte. Forse più duri di quelli di ieri, ma dovevo dirteli prima di perdere l’interesse nel farlo…”
Minaccia velata: il suo interesse è fragile, pronto a ritirarsi al minimo segnale. Ti fa sentire responsabile di mantenerlo, mentre in realtà è lui a tessere la tensione.
“…spero coglierai soprattutto la parte bella di ciò che ho scritto… p.s. non è una paternale né una lezione di vita… la colpa è sempre da entrambe le parti, solo in percentuali diverse…”
Si dipinge come uomo ragionevole, mentre tu sei intrappolata in un senso di colpa costruito. Ti convince che potresti essere tu a perdere qualcosa, mentre lui sta già preparando la trappola.
Questo è love bombing cognitivo, una tattica che combina eccessive attenzioni e complimenti iniziali con critiche e accuse sottili, creando dipendenza emotiva. Non serve un cuore gigante o gesti plateali: basta la mente, le parole giuste, le accuse ben piazzate. E tutto questo accade solo dopo un mese. Una giornata normale diventa pretesto per innescare la spirale tossica:
micro-trigger → accuse → scuse → messaggio manipolativo.
Ho vissuto questa relazione quasi due anni. La dinamica iniziale non solo si è mantenuta, si è trasformata in una gabbia invisibile: dolore, trauma, dubbi, sensi di colpa. Ho sofferto immensamente e probabilmente porto ancora i segni. Ma osservare questi segnali fin dall’inizio, capire quando un gesto normale viene trasformato in colpa e controllo, permette di leggere la dinamica per quello che è, senza farsi ingannare dalle apparenze.
La tossicità non sempre urla, anche se alla fine ha fatto anche quello.
Arriva come sussurro, come colpe inventate, come specchi deformanti. Ti senti confusa, fragile, sbagliata. La differenza tra amore e veleno si nasconde nei dettagli che sembrano innocui. Quando l’amore ti fa sentire sbagliata già dal primo mese per non aver scritto per qualche ora, come lui del resto, non è il tuo cuore il problema. È la dinamica, il meccanismo, il controllo mascherato da interesse.
E qui arriva la parte più potente: osservare, raccontare, analizzare ciò che accade, anche nei dettagli più piccoli, permette di riemergere, di riprendere spazio, respiro, autonomia. Esporsi non significa dare istruzioni a nessuno, ma diventa un modo per diventare un faro, per trasformare il dolore in chiarezza, lucidità, comprensione dei segnali sottili prima che diventino trappole invisibili.
Il veleno resta a chi lo distribuisce, ma la voce, la chiarezza e la libertà sono tue. Puoi respirare, uscire dalla spirale, e arrivare a un punto in cui capisci:
non sei tu il problema. Non sei mai stata tu.
E mentre osservi, mentre ricordi, mentre tutto trova il suo posto nella mente, ogni piccolo sorriso, ogni istante di leggerezza, ogni momento in cui puoi ridere dei paradossi diventa un passo verso la libertà. Il dolore lascia cicatrici, ma anche strumenti. Chi sa riconoscere i segnali, anche quelli più sottili, non cade più nella stessa trappola.
Ricorda bene questo: la chiarezza non è un privilegio, è una luce che guida, un faro nella nebbia. Passo dopo passo, osservazione dopo osservazione, si torna a sé stessi.
Con amore
Elena M