Non l’ho superato: mi vergogno di esserci stata

C’è un momento, dopo certe relazioni, in cui non provi più dolore.
E nemmeno rabbia.
Non sei indifferente, non sei illuminata, non sei “andata oltre”.

Sei solo lì che ti chiedi, con un misto di stupore e imbarazzo:
ma davvero io sono stata con quella persona?

Questo articolo non parla di come si supera un ex.
Parla di quella fase strana e poco raccontata in cui non lo odi…
ma ti vergogni di averlo scelto.

E sì, fa anche ridere.
Perché a un certo punto l’unica cosa sensata da fare è guardarsi indietro e dire:
ok Elena, prendiamola sul ridere. Ma sul serio, mai più.

C’è una teoria che mi è stata servita con l’aria di una grande verità universale, una di quelle frasi che chi le pronuncia pensa di aver capito tutto dell’amore, della vita e pure degli altri.

Secondo lui funziona così: quando vieni lasciata stai male, poi odi, poi capisci, poi diventi indifferente.
Una specie di percorso obbligato, lineare, ordinato. Quasi elegante.
Un lutto con le istruzioni.

Peccato che la mia esperienza non abbia minimamente collaborato.

Sì, all’inizio ho sofferto.
E come potevo non farlo? Quando ami davvero, quando ti fidi, quando consegni le chiavi di casa emotiva a qualcuno che ti guarda negli occhi e giura di non fare danni, il dolore non è un’opzione: è una conseguenza naturale. Non è debolezza, è coerenza affettiva.

Ma poi… niente odio.
Nessuna fase furiosa, nessuna voglia di vendetta, nessun monologo drammatico sotto la pioggia.

E nemmeno quella famosa “indifferenza zen” che dovrebbe arrivare come un badge di maturità emotiva.

Al suo posto è arrivata un’altra cosa.
Molto meno poetica.
Molto più… imbarazzante.

Perché a un certo punto ti rendi conto che hai vissuto qualcosa che, a posteriori, ti fa dire:

“Elena, ma davvero sei stata con quel coso?”

Sì.
Quella è la sensazione.

Non un “non mi importa più”.
Non un “va tutto bene”.

Ma una vergogna reale, quasi fisica, come se stessi confessando una cosa imbarazzante.
Come quando racconti una storia e a metà frase ti fermi perché realizzi che l’altra persona sta pensando: no vabbè, dimmi che non è vero.

È la vergogna di aver preso sul serio qualcuno che, col senno di poi, sembra uscito da una sitcom scritta male.
È la vergogna di aver investito tempo, parole, corpo e pensieri in un essere umano che oggi ti appare… ridicolo.

E la cosa più assurda è che questa vergogna non è triste.
È quasi comica.

Ti guardi indietro e pensi:
Ma come ho fatto?
Dove avevo la testa?
Chi mi ha autorizzata a partecipare a questo teatro dell’assurdo?

E qui entra in scena uno degli episodi che oggi mi fa ridere e, allo stesso tempo, mi provoca quella specie di cringe retroattivo.

Siamo sul suo divano.
Momento apparentemente intimo. Dove ci si racconta, si condivide.
E lui, serissimo, mi chiede che voto gli do.
Un numero.
Una valutazione.

Io provo a spiegare che non funziono così. Che le persone non sono una scala numerica. Che quando amo qualcuno non lo quantifico: per me è tutto, è intero, è presenza, è gioia. Non è un punteggio.

Lui insiste.
Vuole “oggettività”.
Dice che un numero, in fondo, lo abbiamo tutti in testa.

E allora lo tira fuori lui, questo numero magico.

Otto.

Otto perché sono una bella donna.
Ma non dieci, ovviamente.
Perché, attenzione alla perla di saggezza, “se in futuro dovessi stare con una più bella, che voto dovrei darle?

Ecco.
Già qui.
Se avessi avuto un minimo di lucidità avrei dovuto alzarmi, prendere la borsa e sparire lasciandogli il suo algoritmo sentimentale sul divano.

E invece no.
Sono rimasta.

Oggi questa scena non mi fa male.
Mi fa vergognare.
Ma quella vergogna che ti viene quando racconti una figuraccia e scoppi a ridere prima ancora di arrivare alla fine.

Perché non è umiliante essere stata ferita.
È umiliante aver accettato per anche solo un secondo una logica così povera, così piccola, così tristemente performativa.

Ed è qui che la sua teoria cade a pezzi.

Non sono diventata indifferente.
Sono diventata lucida.

E la lucidità non sempre è nobile, composta, spirituale.
A volte è una risata secca.
A volte è un “ma che cavolo stavo facendo”.
A volte è quel senso di vergogna che non ti schiaccia, ma ti sveglia.

Perché quando smetti di idealizzare, non resta l’odio.
Resta il ridicolo.

E il ridicolo, alla fine, è una forma potentissima di guarigione.

Con un certo imbarazzo…

Elena M

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