Narciso e finanza

Come riconoscere il controllo quando si traveste da stabilità economica

Ci sono persone che non ti chiedono mai soldi.
Ti chiedono qualcosa di più sottile: di essere sempre abbastanza ricca da non costringerle mai a rinunciare a nulla.

Questo articolo nasce da un’esperienza personale, sì.
Ma non parla solo di me.
Parla di una forma di controllo che si traveste da stabilità economica e che, proprio perché sembra ragionevole, è spesso la più difficile da riconoscere.

C’è un tipo di controllo che non urla, non minaccia, non si presenta come violenza esplicita. Anzi, spesso viene scambiato per maturità, per equilibrio, per amore adulto.
È il controllo che passa dal denaro.
Non da quanto guadagni, ma da come dovresti spenderlo.
Non da chi paga cosa, ma da chi decide cosa è legittimo desiderare.

Lo chiarisco subito, prima che qualcuno si metta comodo con la storia sbagliata.
Quest’uomo è stato narcisistico con me in molti altri modi, e ne ho scritto altrove. Ci sono state mani addosso, uno scarto violento, un’indifferenza finale agghiacciante, un abbandono notturno che non lascia spazio a interpretazioni romantiche.
Ma questa non è quella storia.
Qui mi fermo su un dettaglio meno rumoroso, meno cinematografico e proprio per questo più subdolo: il controllo economico. Quello che non lascia lividi, ma crea assuefazione. Quello che sembra persino ragionevole.

Quando ho iniziato a frequentarlo, una delle prime frasi che mi ripeteva era:
“Non farmi mancare niente.”
Non era una promessa. Era un avvertimento.
Non “ci penso io”, ma “tu devi garantirmi che la mia vita resti comoda”.
Io avevo già una vita piena: un figlio, una casa, un lavoro, responsabilità vere. Lui aveva soprattutto una priorità: il divertimento. Viaggi, cene, esperienze. Il messaggio era chiaro: la tua vita non deve diventare un limite per la mia.

La sua filosofia sembrava moderna e inattaccabile: “io pago per me e tu paghi per te”.
Parità. Autonomia. Evoluzione.
Peccato che, tradotta, significasse questo: se tu non puoi permetterti ciò che voglio fare io, io devo rinunciare. E io non rinuncio.
Non mi chiedeva di mantenerlo. Mi chiedeva di essere abbastanza economicamente solida da rendere sempre praticabili i suoi desideri.
Una donna non come compagna, ma come infrastruttura emotivo-finanziaria. Tipo autostrada immaginaria: gratuita, sempre aperta, e guai se trovi traffico.

Se decideva per un ristorante stellato, io dovevo potermelo permettere.
Se gli veniva voglia di una vacanza costosa, io dovevo avere la mia quota pronta.
Non perché pagassi per lui, ma perché, se io non potevo pagarmi me stessa, lui avrebbe dovuto rinunciare.
E rinunciare, per lui, era vissuto come una grave ingiustizia esistenziale.

A rendere tutto ancora più chiaro c’era un’abitudine costante: commentava tutti attraverso il filtro dei soldi.
Amici, parenti, passanti, sconosciuti. Nessuno era escluso.
Analizzava, giudicava, faceva ipotesi, traeva conclusioni. Lo condivideva solo con me.
Ogni persona diventava un caso studio economico, ogni situazione una lezione non richiesta.
Io oggi lo riconosco per quello che era: un confronto permanente con il mondo, giocato sempre sul piano economico. Come se ogni persona fosse una tabella Excel vivente. Quando hai bisogno di misurare continuamente gli altri, in realtà stai cercando di misurare te stesso.

Dentro questo sguardo entravo ovviamente anche io.
Dopo pochi mesi iniziano le domande: quanto guadagni, quanto hai da parte, cosa c’è sul conto.
Parlava di trasparenza, io sentivo perquisizione.
Diventavo vaga apposta. Non per nascondere, ma per difendere uno spazio che mi sembrava legittimo.
Quella vaghezza, però, diventava un problema morale: “non sei limpida”.
Traduzione: non ho accesso ai tuoi numeri.

Dopo sei o sette mesi arriva l’episodio del centro estetico.
Mi compro un pacchetto di trattamenti, con i miei soldi, nella mia vita. Glielo racconto e lui si arrabbia.
Non perché fosse una spesa folle, ma perché non l’ho consultato.
Secondo lui avevo speso male. Quei soldi potevano servire per “noi”.
Sei mesi insieme. Nessuna convivenza. Nessun progetto comune.
Eppure parlava come se fossimo sposati da dieci anni, con il bilancio familiare da discutere tra primo e secondo.

Stessa dinamica con la formazione. Studio, corsi, università. Ogni investimento su di me veniva sminuito.
“Non abbiamo gli stessi valori,” diceva.
“Tu spendi per studiare, io per divertirmi.”
Detta così sembra una differenza. In realtà è una gerarchia: ciò che serve a me è essenziale, ciò che serve a te è un capriccio.
E su questa gerarchia costruiva un messaggio costante: le mie priorità non coincidevano con le sue, quindi io non ero fatta per stare con lui.
Non come constatazione, ma come avvertimento.
Un modo elegante per minare la relazione dall’interno e costringermi a piegarmi, ad adattarmi, a rinunciare, pur di non perderlo.
Una tecnica che non usava solo sul piano economico, ma che attraversava molti altri aspetti della nostra relazione.

Il paradosso è che io, finanziariamente, sono sempre stata molto brava. Metto da parte, pianifico, riesco a fare tutto.
Lui invece faceva il grande teorico della finanza, ma era soprattutto un chiacchierone. Uno che si mangiava tutto.
Mi faceva prediche come se fosse un’autorità, con la differenza che l’algebra la conosceva solo come ricordo traumatico delle medie.
Uno che non sa fare i conti, ma li fa agli altri. Con una sicurezza disarmante.

Ogni uscita diventava una verifica mascherata da leggerezza: “te lo puoi permettere?”
Non come premura, ma come indicatore di valore.
L’amore non era una relazione: era una valutazione continua di idoneità economica.

Poi mi racconta della ex, e lì il disegno diventa evidente.
Con lei aveva convissuto nella sua casa e aveva imposto una logica precisa: se stai qui, devi pagare.
Non una semplice divisione delle spese, ma una quota fissa, perché “se fossi andata in affitto avresti pagato comunque”.
Non era condivisione: era far pagare il diritto di esistere nello spazio.
E il giudizio finale era memorabile: lei era tirchia perché non gli aveva comprato le tende per casa.
Le tende.
Il valore affettivo di una donna misurato in accessori d’arredo. Ikea come oracolo morale.

E ora la cronologia finale. Quella che chiarisce tutto, senza bisogno di commenti.

Lui inizia a ristrutturare la sua casa.
Durante la ristrutturazione finisce a stare tre mesi a casa mia.
Tre mesi nella mia casa, nella mia vita, con mio figlio.
La spesa qualche volta la faceva anche, ma per tre mesi non ha mai messo un centesimo per le bollette.
Alla ex pretendeva contributi con precisione notarile.
A casa mia, silenzio. Un silenzio molto confortevole.

Durante questo periodo mi chiede il bancomat per pagare l’anticipo di un acquisto importante per la sua casa in ristrutturazione: la cucina. Ottocento euro.
Io esito e dico di no.
Lui allora spiega che non è per i soldi: è una prova. Vuole vedere se mi fido, se sono abbastanza aperta da mettergli in mano il mio bancomat.
Un test di intimità bancaria che neanche la banca centrale.

Subito dopo mi porta a scegliere quella cucina. Colori, dettagli, decisioni condivise.
“Amore scegli tu, lo sai che poi ci cucinerai tu,” dice.
Io sto scegliendo una cucina per una casa che non è mia, mentre lui vive comodamente nella mia.

Due giorni dopo arriva lo scarto.
Freddo. Violento. Definitivo.

E prima del sipario, l’ultimo fuoco d’artificio: cena con amici. Il conto lo pago io. Tutto.
Io mi vergogno ancora. Ma non per me.

Questo è il controllo economico narcisistico: non ti ruba i soldi. Ti ruba la libertà di usarli per te. Ti convince che essere autonoma significhi essere sempre disponibile. Ti educa a finanziare una vita che non è la tua.

Io non gli ho fatto mancare niente.
Il problema è che lui era un vaso senza fondo, con l’aria di uno che ti spiega la vita mentre non sa fare una sottrazione senza usare le dita sotto al tavolo.

La vera bomba, però, è questa: oggi io respiro.
Perché sono sempre stata un genio della finanza, ma ora quei soldi li spendo per me. Mi vizio. Mi diverto. Investo dove voglio.
E la cosa più ironica di tutte è che, da quando lui non c’è più, a me non manca niente.

Benvenuto