Quando l’amore accelera troppo: Love Bombing e Manipolazione nei Primi Mesi

Una bussola per riconoscere la tossicità fin dall’inizio.

Era passato solo un mese. Trenta giorni in cui pensavi che un bacio via emoticon fosse romanticismo e invece era già in corso un piccolo laboratorio di manipolazione emotiva. La mattina lui ti manda un bacio virtuale. Tu rispondi con un bacio e un buongiorno.

Tutto normale.

La giornata scorre: tu sei dai tuoi genitori, respirando aria vera, lontana dalla frenesia digitale. Nessuno muore se non ci si scrive per qualche ora. Lui, invece, no. Muore… di sospetto.

La tua giornata normale diventa il terreno di un thriller psicologico in miniatura, come se stessi camminando sul pavimento di una cucina ricoperta di bucce di banana invisibili.

Alle 19:00 rientri a casa con il cuore che batte forte. Avevi comprato qualcosa per VOI, piccolo gesto concreto, pensato per dire:

Ci sono, ci penso, ti voglio bene.

Entusiasmo alle stelle, sorriso sulle labbra. Gli scrivo un messaggio, dolce, gentile, con euforia condivido la foto del pensiero avuto per NOI.

E poi, il colpo: accuse.

Ti dice che non ti sei fatta sentire tutto il giorno. La cosa assurda? Anche lui non aveva scritto nulla. La tua normalità diventa colpa. Una trappola invisibile, costruita pezzo per pezzo, come un origami di tensione emotiva che non avevi ordinato. Ti ritrovi a scusarti, tante volte, troppe volte, tutta la sera, come se respirare fosse già un peccato. Poi arriva il suo lungo messaggio, un piccolo trattato mattutino sul funzionamento della tua mente, sulle tue scuse, sulle tue paure, sulla tua vita passata.

Ogni frase è un piccolo specchio deformante:

Quando si sente la mancanza di una persona e quella persona non arriva, la mente per smettere di soffrire va in protezione…

Tradotto: “Se non sei disponibile 24/7, rischi di perdere tutto.

Veleno elegante, come champagne ghiacciato che ti fa sorridere e poi ti provoca un bruciore allo stomaco.

Penso che le scuse possano avere due chiavi di lettura… scusa ma ho dovuto farlo… ecco, quest’ultima sembra un po’ la tua…”

Ti fa dubitare persino del modo in cui respiri. Specchio deformante, montagna russa emotiva: tu giù, lui sopra.

Come se stessi cercando di camminare su un tapis roulant ricoperto di gelato fuso, senza cadere.

E per finire penso che sei ancora troppo impantanata nella vita passata… Non sono timori e questi sono i miei pensieri che ho elaborato stanotte. Forse più duri di quelli di ieri, ma dovevo dirteli prima di perdere l’interesse nel farlo…”

Minaccia velata: il suo interesse è fragile, pronto a ritirarsi al minimo segnale. Ti fa sentire responsabile di mantenerlo, mentre in realtà è lui a tessere la tensione.

“…spero coglierai soprattutto la parte bella di ciò che ho scritto… p.s. non è una paternale né una lezione di vita… la colpa è sempre da entrambe le parti, solo in percentuali diverse…

Si dipinge come uomo ragionevole, mentre tu sei intrappolata in un senso di colpa costruito. Ti convince che potresti essere tu a perdere qualcosa, mentre lui sta già preparando la trappola.

Questo è love bombing cognitivo, una tattica che combina eccessive attenzioni e complimenti iniziali con critiche e accuse sottili, creando dipendenza emotiva. Non serve un cuore gigante o gesti plateali: basta la mente, le parole giuste, le accuse ben piazzate. E tutto questo accade solo dopo un mese. Una giornata normale diventa pretesto per innescare la spirale tossica:

micro-trigger → accuse → scuse → messaggio manipolativo.

Ho vissuto questa relazione quasi due anni. La dinamica iniziale non solo si è mantenuta, si è trasformata in una gabbia invisibile: dolore, trauma, dubbi, sensi di colpa. Ho sofferto immensamente e probabilmente porto ancora i segni. Ma osservare questi segnali fin dall’inizio, capire quando un gesto normale viene trasformato in colpa e controllo, permette di leggere la dinamica per quello che è, senza farsi ingannare dalle apparenze.

La tossicità non sempre urla, anche se alla fine ha fatto anche quello.

Arriva come sussurro, come colpe inventate, come specchi deformanti. Ti senti confusa, fragile, sbagliata. La differenza tra amore e veleno si nasconde nei dettagli che sembrano innocui. Quando l’amore ti fa sentire sbagliata già dal primo mese per non aver scritto per qualche ora, come lui del resto, non è il tuo cuore il problema. È la dinamica, il meccanismo, il controllo mascherato da interesse.

E qui arriva la parte più potente: osservare, raccontare, analizzare ciò che accade, anche nei dettagli più piccoli, permette di riemergere, di riprendere spazio, respiro, autonomia. Esporsi non significa dare istruzioni a nessuno, ma diventa un modo per diventare un faro, per trasformare il dolore in chiarezza, lucidità, comprensione dei segnali sottili prima che diventino trappole invisibili.

Il veleno resta a chi lo distribuisce, ma la voce, la chiarezza e la libertà sono tue. Puoi respirare, uscire dalla spirale, e arrivare a un punto in cui capisci:

non sei tu il problema. Non sei mai stata tu.

E mentre osservi, mentre ricordi, mentre tutto trova il suo posto nella mente, ogni piccolo sorriso, ogni istante di leggerezza, ogni momento in cui puoi ridere dei paradossi diventa un passo verso la libertà. Il dolore lascia cicatrici, ma anche strumenti. Chi sa riconoscere i segnali, anche quelli più sottili, non cade più nella stessa trappola.

Ricorda bene questo: la chiarezza non è un privilegio, è una luce che guida, un faro nella nebbia. Passo dopo passo, osservazione dopo osservazione, si torna a sé stessi.

Con amore

Elena M

GUIDA PRATICA ALLA MICOLOGIA AFFETTIVA

Identificare il Fungus Narcisisticus

Dopo anni passati a cercare di “ispirare” la crescita di un organismo che, per natura, sa solo parassitare, ho deciso di appendere il cuore al chiodo e prendere il microscopio. Se pensate di vivere una favola, fate attenzione: nel sottobosco delle relazioni, i colori più brillanti sono spesso segnali di tossicità. In micologia è una regola base. In amore, purtroppo, si impara dopo. Io ne ho incontrato un esemplare. Ora non lo racconto: lo catalogo.

Morfologia dell’Esemplare

Il Fungus Narcisisticus si presenta, nelle fasi iniziali, con una livrea scintillante. È attraente, seducente, perfettamente mimetico. Riflette la vostra luce con abilità chirurgica, così bene da farvi credere che finalmente qualcuno vi “vede”. Vi inonda di attenzioni e, ironia della sorte, nel mio caso, anche di video e articoli sul narcisismo… degli altri. Serve a depistarvi: mentre imparate a riconoscere i funghi velenosi nel bosco, state già tenendo in mano quello sbagliato. Questa è la fase dell’illusione. Quella in cui vi convince che, se solo saprete “trovare la chiave”, “non essere aggressive”, “egoiste”, “ispirarlo abbastanza”, allora sì: arriverà l’idillio eterno. Non è amore. È un’esca biologica.

Sintomi dell’Intossicazione

L’avvelenamento non è immediato, ed è questo il problema. Il veleno agisce sulla percezione. Iniziate a sentirvi “egoiste”, “aggressive” ogni volta che provate a dire che esistete. Ogni bisogno diventa una colpa. Ogni confine, un difetto di carattere. Non siete cambiate voi. Siete intossicate. È il gaslighting micologico: il fungo vi convince che l’aria che respirate è pesante per colpa vostra. Dubiterete della memoria, delle parole dette, perfino delle emozioni provate. E lui, intanto, si nutre.

La Fase del Rigetto Violento

Ogni organismo sano, prima o poi, tenta di espellere il veleno. Ma questa specie non accetta di essere scartata. Il rigetto non è mai silenzioso: avviene con strappi, rabbia, gesti sproporzionati. A volte con mani addosso. A volte con abbandoni notturni in luoghi pericolosi. Sempre con una punizione esemplare per chi ha osato mettere un limite. È il momento in cui il parassita perde il controllo e mostra la sua vera natura.

L’Indifferenza del Sottobosco

Dopo il danno, dal Fungus Narcisisticus non aspettatevi empatia. Questo fungo non prova rimorso: produce spore. La sua indifferenza non è un messaggio per voi, è semplicemente ciò che è. Una volta consumato il terreno, si sposta altrove. L’ultimo contatto, se arriva, è spesso un capolavoro di cinismo: vi spiegherà che “sparire è l’unico modo per aiutarvi”. Traduzione: me ne vado facendo la vittima, così non devo rispondere di niente.

Conclusione della Micologa

Non parlo di lui. Parlo della specie intera.

Catalogare questi organismi non è vendetta, è prevenzione. Espongo questo reperto come si espone la foto di un fungo velenoso in un manuale di micologia: per avvisare chi passa dopo. Non raccogliete questi esemplari. Non provate a cucinarli. Non provate a capirli. Non provate a ispirarli. Fotografateli mentalmente, dategli un nome e lasciateli lì, a marcire nella loro tossicità. La vostra unica “colpa”? Aver avuto fame d’amore in un bosco pieno di parassiti. Io chiudo il cerchio così: non con un bacio, ma con una descrizione scientifica.

Fungus Narcisisticus

Specie: VELENOSA

Trattamento: Distanza assoluta. Contatto zero. Nessuna discussione.

Il microscopio resta. Il cuore, finalmente, respira.

Con affetto

Dott.ssa Moriconi Elena

Tra le ombre che non vogliamo vedere

Through the Shadows We Refuse to See

“Ci sono amori che ci travolgono, ci fanno sentire vivi, ma al tempo stesso ci insegnano quanto possiamo essere fragili. Ho vissuto un amore così: pieno di confidenza, di libertà, di verità. Eppure instabile come una casa sul mare. Forse è questo il paradosso: ci innamoriamo per sentirci interi, e finiamo per scoprirci spezzati. Ma in fondo… se l’amore è anche lavoro, perché ci ostiniamo a credere che il sentimento basti da solo?”


“There are loves that overwhelm us, that make us feel alive, but at the same time teach us how fragile we can be. I experienced such a love: full of trust, freedom, and honesty. And yet, unstable like a house by the sea. Perhaps this is the paradox: we fall in love to feel whole, only to find ourselves broken. But in the end… if love is also work, why do we insist on believing that feelings alone are enough?”

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Mi sono sempre chiesta: perché amiamo così male, proprio quando crediamo di amare così tanto?

Ho vissuto una storia in cui ho creduto davvero. Mi sono innamorata profondamente, in modo totale. Eppure, dentro quella totalità, sentivo qualcosa di instabile. Come se le fondamenta tremassero ogni volta che provavo a poggiarci sopra un passo nuovo. Era come vivere in una casa bellissima, ma costruita sul mare: la guardi e ti riempie di luce, ma dentro di te temi sempre che un’onda possa portarsela via.

C’erano i miei timori: la paura di perderlo, la paura di perdermi, la paura di farmi male. E c’erano i suoi, che preferiva non guardare. Io mi accorgevo che con me emergevano, ma lui li ricacciava indietro, come se ignorarli fosse sufficiente a farli sparire. Ma le cose che non affrontiamo non smettono mai di esistere. Restano lì, in silenzio, e prima o poi trovano il modo di farsi sentire.

Eppure c’era dialogo, tanta confidenza. Per la prima volta mi sentivo davvero libera di raccontarmi nuda, senza veli né maschere. E questo, per me, era prezioso. Perché quando puoi esporti così, senza difese, è come se qualcuno ti accogliesse intera: le parti luminose e quelle più scure. Eppure proprio lì, in quello spazio di intimità, iniziavo a vacillare. Perché lui sembrava seguire un copione già scritto, con le sue regole e le sue richieste, senza la volontà di riscrivere nulla insieme.

Io invece credevo che l’amore fosse anche riscrivere. Non solo accogliere l’altro, ma scegliere ogni giorno di lavorare su ciò che ci divide, su ciò che ci spaventa. L’amore non è solo emozione che travolge: è impegno, è cura, è il coraggio di guardarsi dentro e di restare, anche quando diventa scomodo. Senza questa parte, la fiamma che dovrebbe scaldare rischia di bruciare.

Così mi trovavo a oscillare: tra le mie ombre, che cercavo di affrontare, e le sue, che rifiutava di vedere. E più lui si ostinava a chiudere gli occhi, più io sentivo che quelle ombre si muovevano dentro di noi, condizionando tutto. Forse non si accorgeva che insieme avremmo potuto farle diventare un terreno fertile: perché è lì, nelle fragilità condivise, che a volte si cresce di più.

Io lo amavo, lo amo ancora. E sarei rimasta. Avrei scelto di camminare al suo fianco, anche nei sentieri più impervi, perché credevo che insieme potessimo crescere, diventare qualcosa di più forte, più vero. Ma per crescere bisogna volerlo in due.

E allora mi chiedo: è possibile che l’amore non basti? Che la forza dei sentimenti non sia sufficiente a colmare i vuoti che non vogliamo affrontare?

Io so solo questo: se ci fosse stata quella volontà, ci saremmo salvati a vicenda. Forse un giorno… quando le nostre paure avranno perso forza, quando saremo pronti a guardarci davvero negli occhi senza difese, ci ritroveremo. Forse un giorno capiremo che tutto questo non era una fine, ma soltanto un passaggio. E allora sarà diverso: potremo scegliere di restare, di crescere insieme, di trasformare le nostre ombre in radici forti. Io ci credo ancora, nel profondo: che ci sia un tempo per perdersi e uno per ritrovarsi.

E voi? Credete che ci sia sempre un “forse un giorno” per gli amori che ci abitano dentro, o certi addii sono davvero per sempre?


I have always wondered: why do we love so badly, even when we think we love so deeply?

I lived a relationship I truly believed in. I fell completely, utterly in love. And yet, within that totality, I felt something unstable. As if the foundations shook every time I tried to take a new step. It was like living in a beautiful house built by the sea: it fills you with light, but inside, you always fear a wave might wash it away.

There were my fears: the fear of losing him, the fear of losing myself, the fear of getting hurt. And there were his, which he preferred not to face. I noticed that with me they surfaced, but he pushed them back, as if ignoring them could make them disappear. But things we refuse to confront never truly go away. They stay there, silently, and sooner or later find a way to make themselves felt.

And yet there was dialogue, so much trust. For the first time, I felt truly free to bare myself, without veils or masks. And that, to me, was precious. Because when you can expose yourself like that, without defenses, it’s as if someone welcomes you entirely: both your bright parts and your shadows. And yet, right there, in that space of intimacy, I began to waver. Because he seemed to follow a script already written, with his rules and his demands, without the willingness to rewrite anything together.

I, on the other hand, believed that love was also about rewriting. Not just accepting the other, but choosing every day to work on what divides us, on what frightens us. Love is not just an overwhelming emotion: it’s commitment, care, the courage to look within ourselves and stay, even when it becomes uncomfortable. Without that part, the flame that should warm us risks burning out.

So I found myself oscillating: between my shadows, which I tried to face, and his, which he refused to see. And the more he insisted on closing his eyes, the more I felt those shadows moving within us, shaping everything. Perhaps he didn’t realize that together we could have turned them into fertile ground: because it’s there, in shared fragility, that sometimes we grow the most.

I loved him, I still do. And I would have stayed. I would have chosen to walk beside him, even on the roughest paths, because I believed that together we could grow, become something stronger, something truer. But to grow, both must want it.

And so I ask myself: is it possible that love is not enough? That the strength of our feelings is not sufficient to fill the voids we refuse to face?

I only know this: if there had been that willingness, we would have saved each other. Perhaps one day… when our fears have lost their power, when we are ready to truly look into each other’s eyes without defenses, we will find each other again. Perhaps one day we will understand that all of this was not an end, but merely a passage. And then it will be different: we could choose to stay, to grow together, to turn our shadows into strong roots. I still believe, deep down, that there is a time to get lost and a time to find each other again.

And you? Do you believe there is always a “perhaps one day” for the loves that live inside us, or are some goodbyes truly forever?

L’amore è un caos. E a volte il caos ti chiama in ambulanza.

Ci sono momenti in cui ti ritrovi a girare in tondo, passi giorni a cercare risposte, ma la verità arriva sempre da dove meno te l’aspetti, tipo un vecchio signore in ambulanza che ti spara un discorso da Oscar sull’ amore e il narcisismo.

E proprio quando pensi di aver capito tutto, scopri che la realtà è più cinica, più complicata… e decisamente meno romantica di quanto avresti voluto.

Inutile ripeterlo — ma eccoci: sono reduce da una rottura.
Di quelle che ti fanno svegliare ogni mattina con un nodo in gola e una domanda che batte in testa come una campana stonata:
“Cosa è successo davvero?”

Passo le giornate a farmi mille domande.
A rielaborare, scavare, capire.
Cerco risposte ovunque: nei ricordi, nei messaggi vecchi, perfino nei sogni più strani.
Come se bastasse un dettaglio, una frase, un’espressione, qualcosa che possa rimettere tutto al suo posto.

Mi interrogo, analizzo, immagino versioni alternative degli eventi.
Cerco risposte come chi rovista in una borsa troppo grande: con ansia, un filo di frustrazione, e quella vocina che sussurra:

“Forse le ho perse per sempre.”

E quando qualcosa finisce, ci si mette a cercare risposte ovunque.
Ma la vita, ogni tanto, è più brillante di qualsiasi libro di self-help: ti dà le risposte senza che tu le chieda.
Anzi, a volte te le lancia addosso come un secchio d’acqua gelata.

Oggi ero di turno per il mio volontariato in ambulanza.
Mentre aspettavamo la prossima chiamata, chiacchieravo con un collega.
Senza troppo preavviso, si è messo a parlarmi della sua relazione.
Diceva di aver imparato a stare accanto alla sua compagna, a comprenderla, a limare insieme a lei quei lati spigolosi che, ironia della sorte, somigliavano tanto ai miei.

“Restarle accanto non è stato troppo semplice. Quei tratti non mi piacevano molto.”

Gli ho chiesto: “Come hai fatto?”
E lui, senza pensarci troppo: “Perché l’ho scelta.”

Quella frase ha fatto rumore dentro di me.
L’amore, ho pensato, non è un colpo di fulmine eterno.
È una decisione quotidiana.
È restare, aggiustare, costruire.
È dire: “Io ci sono. Anche oggi.”

E proprio in quel momento, neanche a dirlo, arriva una chiamata.
Saliamo sull’ambulanza, e io parto con quella frase che mi rimbomba in testa come un mantra:

“Perché l’ho scelta.”

Poi accade l’assurdo.

Soccorriamo un uomo.
Magro, pallido, sulla settantina, con lo sguardo vuoto di chi ha perso qualcosa di enorme.
Lo chiamerò Luigi, per comodità narrativa.
Inizia a parlarmi.
Ma non parla del suo dolore fisico. No.
Parla di mal d’amore.

Parla di una donna che l’ha lasciato, due anni fa.
Di una relazione lunga, intensa. Di un amore profondo.
Io lo ascolto.
E qualcosa in me si apre, forse perché — senza dirlo — parlava anche di me.

A un certo punto mi guarda e dice:

“Sai, l’uomo ha bisogno prima di tutto del contatto visivo. Gli devi piacere. Deve volerti baciare.
Quando smette di desiderarti, smette anche di restare.
È crudele, lo so. Ma è così. Dopo i cinquanta, voi donne perdete fascino.
Non ci fate più lo stesso effetto.”

Mi chiedeva scusa mentre parlava, con amarezza unita a una dolcezza quasi infantile.

“Scusa, tesoro mio. Son crudo, ma è una verità triste.”

Poi abbassa lo sguardo.
E confessa:

“Sono stato un narcisista cronico. Amavo le donne per un po’, poi mi stancavo. Cercavo carne nuova.
Ma tutta quella ricerca non mi ha mai dato felicità.
Finché non ho rivisto lei.
Avevo già provato a stare con lei. Ma poi l’ho lasciata.”

“L’avevo sempre in testa, quella donna lì.
La prima volta è stato difficoltoso, un rapporto tumultuoso.
Lei cercava di farmi vedere com’ero, ma non le davo ascolto, non la capivo proprio.
Così l’ho lasciata. Lei aveva anche un figlio da un altro uomo.
Non la capivo.”

Poi, con gli anni, qualcosa in lui si è incrinato.
E ha cominciato a capire che quelle verità così sicure erano solo maschere.
Che l’amore vero non si regge sull’attrazione, ma sulla scelta.
Che non basta sentire qualcosa, bisogna esserci. Anche quando è difficile.
Soprattutto quando è difficile.

Il suo viso si fa triste, come chi custodisce un rimpianto troppo doloroso per essere pronunciato.

Poi, improvvisamente, si illumina:

“L’ho rivista e ho capito. Che volevo solo restare.
Che lei era la mia donna.
Tra miliardi, volevo solo lei.”

E mentre parla, io penso:
“Allora può succedere. Che un uomo capisca. Che scelga. Che resti.”

Luigi continua:

“Con lei ho imparato cos’è l’amore: costruire, parlare, cambiare, accettare.
Non essere perfetti, ma esserci. Sempre.
L’amore è restare. L’amore è scelta.
E soprattutto…
l’uomo ha bisogno di essere ammirato, idolatrato, sai?
Di sentirsi importante.
Come la donna ha bisogno di sentirsi sostenuta.
Se manca uno dei due, il legame si spezza.”

E lì, le sue parole si sono infilate nella mia pelle.
Mi si è accesa una verità.
Una di quelle che non vuoi sentire, ma sai che è vera.

Forse ha notato qualcosa nel mio sguardo.
Una luce diversa.
O forse solo una lacrima che non sono riuscita a trattenere.
Mi guarda e mi chiede:

“Perché secondo te il tuo compagno se n’è andato?”

Lo guardo.
E senza che il cervello abbia il tempo di intervenire, mi esce:

“Perché non l’ho idolatrato.”

Luigi sorride.
Non con scherno.
Con comprensione. Quella che senti quando qualcuno ha passato lo stesso dolore.

Poi aggiunge che la donna che amava — quella che aveva scelto — dopo diciassette anni lo ha lasciato.
Era distrutta per suo figlio, che aveva preso una brutta strada.
Il dolore per lui la consumava, e Luigi — parole sue — iniziava a sentirsi trascurato. Messo da parte.

Sì, bevevo un po’, ma non che sembravo ubriaco.
Solo… mi sentivo solo.
Forse lei ha smesso di vedermi.
Di ammirarmi.
Di idolatrarmi.”

E lì, un pensiero mi ha attraversato senza bussare.
Forse non era solo colpa del figlio.
Forse, mentre lei cercava di salvare quel ragazzo, lui si è sentito messo in panchina, escluso dalla partita.
Forse la sua solitudine non era davvero abbandono, ma solo un ego che faceva ancora i capricci, offeso dal fatto di non essere più al centro della scena.
O forse — e qui il dubbio punge come un tacco 12 a fine serata —
quella fragile forma di adorazione si è spenta giorno dopo giorno, semplicemente perché lui aveva smesso di esserci.

E allora mi sono chiesta: Luigi stava davvero raccontando la verità?
O si era solo confezionato una versione in cui appariva maturo, riflessivo, e tragicamente frainteso?

Poi ho pensato che forse non importa.
Perché in ogni storia finita ognuno scrive la propria sceneggiatura, da recitare allo specchio. E tutte, più o meno, hanno un pizzico di verità e una spruzzata di autoassoluzione.

Certo, Luigi parlava come se avesse appena pubblicato un libro dal titolo:

“Ora ho capito tutto (ma troppo tardi)”,

edizione economica, impilata tra le caramelle amare del rimorso che nessuno sa davvero masticare.
Peccato che certe realizzazioni arrivino quando ormai la porta è chiusa, la chiave smarrita,
e chi stava dall’altra parte si è messo il rossetto e ha ricominciato a vivere.

Forse oggi soffre perché ha capito.
O forse soffre perché non può più raccontarsela allo stesso modo.
E mentre parlava di scelta, di presenza, di costruzione…
mi è sembrato che quel vecchio vizio di scappare,
di idealizzare e poi disconnettersi,
fosse ancora lì, nascosto nei suoi gesti.
Come una giacca elegante che indossi per sembrare migliore, ma che ti pizzica sul collo ogni volta che provi a essere sincero.

Quell’incontro mi ha lasciato un sapore dolce.
Non per quello che è stato,
ma per ciò che mi ha confermato.

Perché forse, in qualcosa, mi sono riconosciuta.
Nel dolore. Nelle domande.
O forse proprio in quelle verità scomode che fingiamo di ignorare mentre sorridiamo forte e teniamo insieme i pezzi.

Perché a volte, per andare avanti, non servono risposte perfette.
Basta una frase che ti toglie l’alibi.
Un uomo pallido su un’ambulanza che, senza volerlo, ti restituisce uno specchio.

E lì capisci:
l’amore non è fuga teatrale.
Non è sparire e poi tornare con la scusa delle emozioni complesse.
Non è apparire solo quando è facile.
L’amore è restare.
È scegliere.
È costruire.
È, semplicemente, esserci.

Specchio specchio delle mie brame, chi sta zitta in questo reame?

C’era una volta una donna che parlava troppo. Troppo intensa, troppo viva, troppo tutto.

Lui voleva pace, lei faceva domande.

Lui cercava silenzi, lei offriva verità.

All’inizio taceva. Per amore, per paura, per non perdere.

Ma poi no. Poi ha capito che abbassare il volume non rende più dolce la voce, la spegne.

E lei voleva restare. Ma intera.

Questa era una fiaba, un sogno mai vero,

castelli sontuosi, ma vuoti davvero.

Le stanze lucenti, ma fredde e perfette, promesse a metà, verità mai dette.

Sorrisi educati, passi trattenuti,

parole di vetro, cuori nascosti e muti.

Il re se n’è andato, senza un rumore,

lei ha pianto sola, senza più calore.

E poi… beh, il resto non si può raccontare, si sente nel silenzio che sto per narrare

Quando una storia si interrompe, all’inizio non sembra una fine.

È solo un silenzio in più. Un gesto in meno.

Ma poi passano i giorni, e quella sospensione si trasforma in qualcosa di reale. Si apre un varco. Una distanza che prende forma.

All’inizio è solo percezione, un’ombra sottile che si insinua tra i pensieri.

Poi diventa un vuoto pieno di assenze, che si allarga, e ti costringe a vedere. E con il varco, arrivano i pensieri.

Tantissimi.

Confusi.

Contraddittori.

Una tempesta di “se” che vorrebbero riscrivere tutto. Se avessi fatto questo, se avessi detto quell’altro. Cerchi l’errore, come se trovarlo potesse rimettere insieme i pezzi.

E ti chiedi:

quando si è rotto davvero tutto? C’è stato un momento preciso? O era solo un accumulo lento e silenzioso, che io non volevo vedere?

Le domande si rincorrono. Alcune trovano risposte. Altre restano lì, senza voce.

Nel frattempo, la mancanza scava. Non quella dell’altro, ma quella dell’idea che avevi costruito. Del futuro che avevi immaginato. Dei gesti, delle promesse, delle piccole cose quotidiane.

E quei ricordi, ora, fanno male. Fanno male proprio perché erano belli — o sembravano esserlo.

Ogni giorno è un’alternanza. Consapevolezza e dolore.

Luce e buio.

Un continuo chiedersi perché, anche quando le risposte non portano pace.

Forse ho vissuto una storia mia.

Tutta mia.

E lui la sua.

Due realtà parallele, che si sono sfiorate senza mai incontrarsi davvero. Due narrazioni diverse, dove ognuno scriveva un copione che l’altro non leggeva.

E oggi mi chiedo: come si fa ad ammettere a se stessi che niente era come si immaginava?

Che ciò che sentivi era vero per te, ma non per lui. Che la connessione che percepivi era solo tua. E che ogni volta che forzavi il silenzio, stavi in realtà rinunciando a qualcosa di te.

Io ci credevo.

Con tutte le mie paure, sì, ma ci credevo. Volevo esserci.

Le cose che non andavano volevo affrontarle. Ero presente anche quando non era giusto. Anche quando faceva male.

All’inizio tacevo. Mi adattavo. Facevo spazio. Pensavo che amare significasse comprendere tutto, anche l’ingiustificabile. Ma poi no.

Poi ho iniziato a parlare.

Ho iniziato a dire cosa provavo, a mettere limiti, a chiedere verità. Non volevo più fingere.

Non volevo più restare al prezzo di tradire me stessa. E proprio quando ho smesso di tacere, ho iniziato a capire.

Lì ho visto tutto.

Ho visto quanto ero sola in quella relazione. Quanto fossi diventata accondiscendente, non per amore, ma per paura. Paura di perdere.

E invece, proprio nel cercare di non perderlo, stavo perdendo me.

E oggi, la mancanza è ancora lì. Fa rumore, a volte.

Ma mi chiedo: cosa mi manca davvero? Mi manca chi non ha avuto cura di me? Mi manca chi ha scelto di andarsene senza proteggere il mio cuore?

La verità è che non ho perso nulla.

Una persona ha deciso per entrambi.

E quel vuoto che sento oggi non parla di lui. Parla di me. Della mia capacità di amare. Del mio modo di crederci, anche quando era difficile.

Di restare, anche quando tutto spingeva alla fuga.

Io amo le cose belle, nei miei pensieri solo dolci ricordi.

A quelli mi lego.

E così, anche se mi ha ferita, dentro di me resta il bello.

O forse, resta solo l’illusione di ciò che poteva essere.

Ma è lì che si annida la forza più grande: nel riconoscere che non era reale, e smettere di rincorrerlo.

Cercavo un uomo che sapesse restare. Un uomo capace di attraversare anche le mie tempeste.

Perché sì, a volte sono difficile. Sono intensa, sono profonda, sono complessa.

Ma sono un mondo intero.

Sono anche cura, casa, amore.

Sono voce, verità, presenza.

Non fidatevi di chi vi dice che non vuole discussioni. Perché non sta cercando donne con valori, con spessore, con pensiero.

Vuole donne che non disturbino. Che si annullino.

Che sorridano anche quando vorrebbero piangere.

Che abbraccino quando vorrebbero allontanarsi.

Che tacciano, anche quando dentro tutto urla.

Diffidate di chi non si mette mai in discussione. Quelli non cercano una relazione. Cercano uno specchio.

Qualcuno che non li contrasti, che li confermi.

Ma non si può amare davvero senza mettersi in crisi, senza cadere e ricostruire.

Oggi so che quel varco che si è aperto con la fine, è anche un passaggio. Una soglia. Un luogo doloroso, ma necessario.

Perché ora, lì dentro, ci sono io.

E questa volta, non mi perdo. Non mi rinnego.

Non mi zittisco. Questa volta, mi scelgo.

Perché a forza di cercare chi sapesse restare, ho capito che la prima a non andarsene più, devo essere io.


Ci sono uomini che si autoincoronano “Re del Silenzio” e “Padroni delle Decisioni”: loro decidono cosa va detto, cosa va taciuto, cosa è giusto e cosa no. E tu? Tu devi solo stare zitta, annuire, sorridere, anche quando dentro vorresti mandare tutto a quel paese.

Ma ecco la verità: non cercano una compagna, cercano uno specchio senza voce. Uno specchio che confermi la loro grandezza e nasconda la loro paura di essere messi in discussione.

Perché chi comanda davvero ha paura che una donna metta limiti, chieda verità, parli.

Il vero potere? È proprio quello che più temono: una donna che smette di tacere, che si sceglie, che dice “No, grazie” al posto di “Sì, per favore”.

E mentre loro giocano a fare i grandi decisori, tu impari che la forza più grande è togliere il microfono a chi voleva solo farti zittire.

Perché, amica mia, le storie finiscono come i tacchi a fine serata: all’inizio quel fastidio lo ignori, poi diventa insopportabile, e infine ti chiedi come hai fatto a reggere tutto quel peso senza cadere.

Meglio un buon bicchiere di vino e una risata amara, che un uomo che vuole solo un silenzio obbediente e una donna che si annulla.

L’amore è complicato, certo, ma perdere la dignità? Quello sì che è un flop.

Un cuore da stirare

E quando tutto sembrava aver preso la piega giusta…

La distanza.
Quella che si crea quando una persona decide di andarsene.
Ma anche quella che serve per vedere meglio.
Perché certi paesaggi dell’anima si distinguono solo da lontano.

Negli ultimi tempi sentivo un peso.
Non lo sopportavo più con la stessa leggerezza.
Una zavorra che ogni tanto immaginavo di lasciar cadere, come se potesse bastare per tornare a respirare.

Eppure c’erano momenti belli.
La complicità non era scomparsa, e la passione neppure.
Ma avevamo iniziato ad accumulare.
Tensioni, parole trattenute, piccoli dispiaceri non detti.
Una routine che ci faceva forse sopportare di più, e cercare un po’ meno.
Lo ricordo: un giorno gliel’ho detto chiaramente — “Mi sto spegnendo.”

Mi chiedevo:
Cosa c’è dentro di me?
Cosa non sto facendo, cosa non sto dicendo?
Sentivo un’inquietudine sottile, come se qualcosa dentro di me bussasse da tempo.

Mi incantavo a guardarlo senza farmi notare.
E mi chiedevo: “Ma davvero è il mio compagno?”
Il mio cuore diceva che era bellissimo e batteva più forte.
La mia mente rispondeva:
“Sì, ma non è possibile. Non è reale che questa persona stia davvero con te.”
E così non ci credevo.
Lo sentivo impermanente, e avevo paura.
Vivevo con la sensazione che non fossimo un “noi”.

Allora ho iniziato a trattenere.
Le cose belle. Le cose brutte.
Trattenevo tutto.
C’erano tante dinamiche, tante incomprensioni.
Ma oggi voglio osservare questa parte di me che mi sta dicendo cose che fino a ora non avevo mai compreso.

In Gestalt si chiama integrare le parti interne.
Ascoltarsi.
Mettere in dialogo le proprie polarità.
Solo così può emergere un senso nuovo.

E per assurdo, posso dire che sì: è successo anche a me.
Cuore e mente non andavano nella stessa direzione.
Mi stavo innamorando perdutamente…
…e allo stesso tempo accumulavo fastidio, tensione, rancore.

Negli ultimi giorni insieme, queste due parti si facevano sentire più forti.
Una parte di me era finalmente tranquilla.
Guardavo i suoi occhi e ne percepivo con maggiore meraviglia la profondità.
Mi perdevo in quello sguardo lì.
Avrei voluto fermare il tempo, rimanere lì per sempre.

Le sue mani mi facevano vibrare.
Mi sentivo onorata, fortunata, felice che stringessero le mie.
Quelle emozioni di piacere erano più intense, più forti, in quei giorni lì.

Ma nell’altra polarità saliva il rancore, la paura, il dubbio profondo.
Più una parte si innamorava, più l’altra si faceva forte, si difendeva.
Perché, come spesso accade, quando qualcosa dentro di noi sta per morire, si fa sentire con maggiore intensità: resiste, urla, si aggrappa con tutte le sue forze.
Era come se quella parte, che da sempre proteggeva il mio cuore, sentisse che qualcosa stava cambiando, qualcosa di fragile stava nascendo, e per questo si irrigidiva, alzava muri, impediva di lasciarsi andare.
E gliel’ho sempre detto: non mi sentivo fino in fondo dentro questa storia.
Le resistenze, la paura, erano diventate l’ombra costante che condizionava il mio stare.

La mia parte difensiva era già venuta fuori più volte,
a farci vacillare.

E poi c’è stato quel giorno.

Quella mattina stavo stirando i nostri panni.
Un gesto semplice, ripetitivo, quasi meccanico.
Eppure dentro di me qualcosa si apriva.
C’era una leggerezza nuova, un silenzioso abbandono che non avevo mai conosciuto prima.
Come se, mentre distendevo i tessuti spiegazzati, stessi stirando anche il mio cuore.
Ogni piega, ogni nodo di tensione, si scioglieva piano.
Ero lì, finalmente in pace.
Finalmente “noi”.

L’altra polarità aveva smesso di essere in guerra.
Nessuna gelosia, nessun ingombro, nessuna zavorra.
Ed è proprio in quel momento che ho capito, con una chiarezza profonda e nuova,
che ero innamorata, innamorata davvero.
Che non avevo più bisogno di difendermi.
La paura si era fatta più sottile, la corazza si era allentata.
Ero pronta a fidarmi, a lasciarmi andare senza riserve.

Ho assaporato quello stato per una manciata di ore, un momento raro e prezioso.
Ma poi è finito troppo in fretta, e il dispiacere è stato profondo.
Perché quella parte di me che si era aperta, fragile e innamorata, si è trovata improvvisamente di fronte a una difesa ancora più dura.
Quella stessa parte che mi proteggeva, ora diventava muro, barriera, rifiuto.

Raccontare nel dettaglio ciò che è accaduto dopo sarebbe troppo doloroso.
E forse, in questo momento, non necessario.
Ciò che conta è ciò che ho compreso: che l’integrazione delle polarità non è solo una teoria.
È un processo vitale.
Serve a non farsi sabotare dalle proprie stesse parti.
A volte penso:
Se solo in quel momento ci fosse stato dialogo tra loro —
Se avessi potuto dire a quella parte che non mi serviva protezione —
Che mi stava difendendo dalla persona sbagliata — si, ero fragile in quel momento, ma lui è il mio amore, e non si fa…
Oggi, forse, racconterei un’altra storia.

Credo che le relazioni siano il luogo più potente in cui possiamo crescere.
Migliorare.
Trasformarci.

Lasciare ciò che non serve.
E farne qualcosa di necessario.

Sono in profondo ascolto di me da quando ci siamo fermati.
Non so se adesso le mie parti sono davvero integrate.
Ma hanno dialogato, molto.
Per la prima volta.

E riesco a vedere anche lui meglio, con più lucidità.
Forse per la prima volta.
Senza giudizio.

Non so cosa la vita ci riserverà.
Non so se questo era un passaggio obbligato, un bivio inevitabile.
Non so se le nostre mani si cercheranno ancora.

Ma so, con estrema certezza,
che se succederà…
ripartiremmo dal punto zero
per raccontare tutta un’altra storia.

L’amore è una piantina di insalata

Ho scritto questo testo dopo la rottura con il mio compagno. Giorni in cui il dolore mi ha messo in ginocchio, giorni in cui mi sono accusata di non essere stata abbastanza, e giorni in cui ho lasciato spazio ai sogni, quegli stessi sogni che lui ha scelto di abbandonare senza nemmeno voltarsi indietro. Lui non è tornato, e forse non tornerà mai. Ora a comandare è la razionalità, quella voce fredda che cerca di farmi ragionare. Ma rileggere queste parole mi fa ritrovare la mia parte più vera, quella bambina fragile ma indomita, che continua a sperare, a credere, a volere vivere, anche quando tutto sembra perduto.

So bene cosa significa cadere nel baratro, sentire la vita toglierti tutto, eppure trovare la forza di rialzarsi dalle ferite più profonde. Ringrazio quella parte di me che continua a rinascere, che sboccia ogni volta, anche nel dolore più oscuro, come un fiore di loto che si apre nel fango.

Un grazie a me, un grazie a lei… e adesso, buona lettura.

Dove va l’amore quando una storia finisce?

Questa domanda mi pone davanti a molte riflessioni. Alcune si intrecciano, altre prendono forma. Una separazione è molto dolorosa, soprattutto se non sei la persona che ha preso la decisione. Il tuo amore non si è consumato, il desiderio è vivo, il pensiero costante. Ci si perde nell’oblio di dolore e tristezza. Si vorrebbe poter tornare indietro e fare qualcosa per non farlo accadere mai.

Ma accade. Accade ogni giorno. Anime che si perdono, cuori che si allontanano.

La domanda su cosa sia l’amore penso che le persone se la ripetano spesso. Forse tendiamo a vedere l’amore solo come quella prima fase iniziale, quella dell’innamoramento, in cui le molecole del desiderio e dell’attaccamento ci portano in uno stato di estasi, pervasi da sostanze chimiche che attraversano tutto il corpo, il cuore, la mente. Un idillio totale.
In questa fase, il cervello produce dopamina (sensazione di piacere e ricompensa), ossitocina (legame e attaccamento), serotonina (regolazione dell’umore), adrenalina (eccitazione) e feniletilamina (euforia). È un mix chimico che crea uno stato di intensa attrazione e coinvolgimento emotivo.

Ma questa fase è transitoria, passeggera. Necessaria per l’innesco del legame, ma destinata a lasciare spazio a qualcosa di più profondo e complesso.

Il velo dell’idealizzazione si solleva, le molecole del piacere si riducono.
Adesso vediamo. Vediamo l’altro.

Qui inizia la fase della conoscenza reale. Qui emergono le prime dissonanze: “questo non mi soddisfa”, “vorrei che certe cose fossero diverse”. In questa fase iniziamo a percepire quella parte nascosta dell’altro, l’ ombra. Sono aspetti inconsci, tratti meno luminosi della personalità, che prima erano celati dietro l’idealizzazione o semplicemente non notavamo. Alcuni li chiamano difetti, altri dinamiche personali, molti fanno fatica a definirli.

Iniziano le domande: “Che ci faccio con questa persona?” E la sensazione che “lui o lei non è più come prima”.

Molte relazioni vacillano o si interrompono proprio in questa fase, così delicata. È il momento critico in cui si decide se investire nel rapporto o lasciar andare. Qui si apre il vero lavoro di coppia, la possibilità di trasformare le incongruenze in punti di crescita e comprensione reciproca. Un percorso che richiede impegno, dialogo, ascolto attivo.

È difficile, sì. Le cose più belle della vita richiedono fatica, richiedono azioni concrete. Come possiamo dire che l’amore è la cosa più bella al mondo, ma non volerci lavorare? Vorremmo che fosse scontato, un diritto naturale. Ma non lo è nemmeno l’amore dei genitori, e quello invece dovrebbe esserlo.

L’amore è restare, credere, costruire.
L’amore non è solo passione o attrazione fisica.
L’amore è un impegno profondo, sacro, per custodire tutto ciò di bello che ci siamo donati.

Quando l’altro è diventato la persona con cui hai vissuto momenti intensi, che ti ha toccato nel profondo, allora ne vale la pena. Sono forse queste le relazioni che fanno più paura: più ti sei affidato, più hai aperto le tue vulnerabilità, più hai rischiato. Ed è in queste relazioni che spesso si soffre di più.

Ma questo è il momento di costruire. Di tenersi per mano e dirsi:
“Amore mio, superiamo questa tempesta insieme. Di là ci aspetta la meraviglia.”

Se diamo all’amore un valore così grande, dobbiamo ricordare che i traguardi più belli si conquistano. Nessuno vince una maratona senza allenarsi. Non arrivi in cima a una montagna senza scalarla. Non costruisci una casa senza mettere mano al progetto. Una piantina di insalata non cresce in un terreno che non hai curato.

Ecco, sì.
L’amore è come una piantina di insalata.
Viene fuori bene finché te ne prendi cura.
Con dedizione.

Quando comprendiamo questo, possiamo aprirci: comunicare, progettare insieme. Perché questa è l’ultima fase dell’amore, quella del cuore.
Senza molecole idilliache, senza idealizzazioni.
Quella in cui il contatto è reale, e si raccolgono insieme, con amore, tante piantine di insalata.



Forse oggi non raccoglieremo la nostra piantina di insalata…..

forse domani ne raccoglieremo due.


Lo sapevi? L’innamoramento è anche chimica: nelle prime fasi dell’amore il cervello produce dopamina, ossitocina, serotonina, adrenalina e feniletilamina. Sono loro a farci sentire vivi, euforici, innamorati. Quando questa chimica si attenua, inizia la vera sfida: coltivare con impegno quella piantina d’insalata chiamata amore.

Amore a tempo determinato

Ho scritto queste parole nei giorni subito dopo la rottura, quando tutto dentro di me era un caos di dolore, disperazione e soprattutto di sensi di colpa.
Rileggendole oggi, mi sorprendo a vedere quanto fossi offuscata, incapace di guardare in faccia la verità: lui se n’era andato, solo che io ero troppo impegnata a cercare un motivo, a prendermi la colpa, a sperare che tutto potesse tornare come prima. Quello che segue è il racconto di quei giorni confusi, di una mente che cerca disperatamente risposte e un cuore che non vuole ancora arrendersi
.

Cosa resta quando l’altro decide di andarsene?
Quando lo fa in un momento in cui per te tutto è ancora normale, riparabile, comprensibile?

C’è un turbine di emozioni che ti fa amare, desiderare.
Non te lo aspetti.

Passi ore, giorni, a chiederti il perché, a cercare un motivo per un allontanamento così improvviso, netto, tremendamente inaspettato.

Si alternano tante emozioni, ma quella principale è un dolore perenne, un sentirsi rotto, mancante di un arto, del respiro.

Fin dall’inizio avevo una sensazione sottile ma persistente: che il nostro amore fosse a tempo determinato.
Non era solo un pensiero passeggero, quasi come se sapessi dentro che non sarebbe durata.
Ogni cosa pensata e sentita, alla fine, è accaduta.

Mi chiedo: sarà stata questa mia convinzione così forte da farlo accadere?
O il suo modo di non farmi sentire mai pienamente nel suo cuore mi ha spinto fin lì?

Forse un intreccio di entrambe le cose.
Forse era inevitabile.

Poi arrivano i momenti in cui ti arrabbi così tanto da voler urlare tutto.
Ti sembra che tutto quello che hai vissuto sia stata un’enorme bugia.
Diceva di amarti il giorno prima, adesso dov’è? Dov’è finito quell’amore per te?

Poi ti fermi, rifletti.
Rifletti che una persona che ti ama veramente resta, c’è perché ti vuole bene.
E se il giorno dopo averti stretto tra le sue braccia se ne va, allora quell’abbraccio non era sincero, era una costruzione, una bugia, un atto automatico solo per convenzione.

Allora cosa ho perso? Cosa è andato via da me?

Da tempo avevo compreso che era tossico, che fosse tutto un teatrino, che non mi volesse davvero bene.
Aveva fatto un contratto con me, lo stava rispettando.
A contratto scaduto ha preso le sue cose e se ne è andato.
Non c’era amore, era solo il mio amore.

Lui mi aveva detto:
“Io metto da parte i sentimenti quando decido.”

Come se fossero cose da archiviare, da spegnere.
Ma io non sono così.
Io i sentimenti li vivo, li abito, mi ci immergo senza armature.
Li porto con me, a cuore aperto, anche se so che è rischioso.

L’amore è un incontro delicato, dove ci si espone, ci si affida, e si spera che le mani dell’altro sappiano tenerci e prendersi cura di noi.

Mi diceva che sarei stata la felicità di ogni uomo, che mai aveva avuto una donna come me, che per la prima volta si era sentito libero, che mai aveva incontrato una donna così profonda, gentile, disponibile.
Che il sesso con me era armonia, mai così lo aveva vissuto.

Perché è andato via allora?
Forse erano solo bugie, o forse era un mare in cui lui non sapeva nuotare.

Gli auguro il bene, glielo augurerò sempre.
Ho tenuto la porta aperta per lui, ma forse ha bisogno di fare un percorso diverso.

Credo che ci accorgiamo di ciò che abbiamo perduto solo dopo averlo perso.
Siamo stupidi che non ce ne accorgiamo prima.

Forse un giorno gli mancherò, forse capirà di aver commesso un errore, forse ricorderà tutto quello che ora non vede: tutto il bello, il buono, tutto ciò che era.

Molti amori sono disfunzionali, forse eravamo un incastro scomodo di chi doveva insegnare all’altro come si sta al mondo.
E questo lo insegnerà solo il tempo e la perdita.

Che se ne vada allora, che sia lontano dalla mia vita chi non la rispetta,
che non tocchi più il mio corpo chi non sa distinguerne uno.
O forse lui semplicemente non li distingue.

Sono una donna fatta di abissi, di labirinti, di vortici emotivi,
e quando il mio cuore si apre a qualcuno non ci sono confini.

Adesso, dopo pochi giorni, devo fare quel passo: lasciare andare.
Sono stata sull’uscio ad aspettare, ma è arrivato il momento di chiudere la porta, riaprirla e vedere lo spazio nuovo, vuoto, senza il suo volto.

Buon viaggio, amore mio, che tu possa essere felice sempre.

Amore sulla bilancia

C’è chi in amore non sente, pesa.
Pesa ogni parola, ogni silenzio, ogni sbavatura dell’altro. E quando la bilancia si inclina, secondo lui, è il segnale per andarsene, farsi eroe della propria fuga.

Io, invece, non contavo. Amavo.
E mentre lui faceva i conti, io costruivo un futuro.

Il risultato? Una storia finita non per mancanza d’amore, ma per eccesso di calcolo.

Buona lettura.

Durante la nostra relazione, lui parlava spesso di una bilancia. Una bilancia immaginaria su cui, ogni giorno, posava i sassolini delle cose belle e delle cose brutte. E quando il piatto del “troppo” si abbassava, quando per lui il peso del disagio superava quello della gioia, era il segnale: era ora di andare.

E io mi sono chiesta, tante volte, dove si trovi questa bilancia nei cuori delle persone. Se sia una struttura interiore che alcuni coltivano per protezione, una sorta di contabilità emotiva per non perdersi. O se sia solo un modo per giustificare un disamore che c’era già, silenzioso, da tempo.

Nel mio cuore, la bilancia non ha mai avuto spazio. Le cose brutte, nel mio modo di amare, non si accumulano: si trasformano. Non sono pietre da tenere in tasca, ma ombre da guardare con luce nuova. Ho sempre creduto che l’amore sia uno spazio di trasformazione, non un tribunale dove si pesa il bene e il male.

Con il tempo, però, ho cominciato a vivere in funzione di quella bilancia. Ogni mio gesto, ogni parola, ogni silenzio… tutto diventava una possibile zavorra. Non ero più libera. Non ero più spontanea. Vivevo nella paura che ogni piccolo errore sarebbe stato contato, registrato, posato su quel piatto. Ed è così che l’amore, che dovrebbe liberare, mi ha chiusa in una gabbia invisibile: la gabbia del giudizio.

Ma nessuno è sempre “amabile”. Nessuno è immune all’istinto, alla stanchezza, alla rabbia. La verità è che nelle relazioni si scivola, si inciampa, ci si mostra fragili. E in quei momenti ho visto crescere il suo distacco. Perché ogni mia imperfezione, ogni cedimento umano, sembrava per lui un motivo per prendere le distanze.

Eppure io lo amavo. Lo amo ancora. Forte. Dolorosamente. E tutto ciò che per lui pesava, per me non aveva mai avuto consistenza. Non ho mai avuto un cesto da riempire, non ho mai contato le sue mancanze. Forse è vero: stavamo vivendo due amori diversi. Il mio era accoglienza, il suo era misura. Il mio era fusione, il suo era equilibrio da mantenere. Il mio era fede cieca, il suo era cautela.

Forse semplicemente non mi amava. O forse mi amava in un modo che non sapeva contenere tutto ciò che ero. Forse la passione che sentivo, quella fusione che per me era vera, era solo mia. Ma io lo vedevo, lo vedevo davvero. Con i suoi difetti, con le sue paure, con i suoi silenzi. E lo volevo comunque accanto a me. Così com’era.

Adesso sento il peso. Ma non quello della bilancia. Quella mi faceva solo male, mi faceva sentire sotto osservazione. No, ora sento il peso dell’assenza. Il peso di immaginare un futuro senza la sua mano nella mia. E questo mi spezza, mi lacera, mi consuma.

Forse, senza volerlo, ho preso un uomo e gli ho fatto indossare il vestito della mia idealizzazione. Forse ho amato un’immagine, ma l’ho fatto con sincerità. Non ho chiesto perfezione: ho chiesto solo di restare. E oggi capisco che non tutti riescono a stare dentro l’intensità di un amore profondo. Per alcuni, l’amore è un contratto. Per altri, è un abbandono totale.

Nel mio cuore, non esiste nessuna bilancia. Perché l’amore, quando è vero, non pesa. Non misura. Non giudica. L’amore si prende la mano, anche quando trema. Resta, anche quando fa male. Perché il dolore non è sempre una ragione per fuggire. A volte è solo la porta da attraversare per conoscersi davvero.

E allora, oggi, mentre piango e mi sento svuotata, una sola certezza mi resta: che l’amore autentico non ha bisogno di conti. Non si basa su quante volte uno cade, ma su quante volte si sceglie di restare. E io, in quel restare, ci credevo. E ci credo ancora.


Morale della favola?
Lui aveva una bilancia. Io avevo un cuore.
Peccato che sulla sua bilancia pesasse tutto tranne l’amore: le mie insicurezze, i miei silenzi, i giorni storti. Ogni cosa finiva sul piatto sbagliato.
Ma quando qualcuno ti misura, ti sta già riducendo.

Col tempo ho capito: non ero io a essere “troppo”.
Era lui a essere poco.
Poco disposto, poco profondo, poco presente.
Aveva solo il libretto delle istruzioni per non rovinarsi la giornata.

E io, per fortuna, non seguo istruzioni.

Non ero “troppo”. Ero solo troppo vera per la sua idea di relazione a calorie controllate.
Che resti pure leggero.
Io scelgo l’amore che sa reggere il peso di una donna intera.


Moral of the story?
He had a scale. I had a heart.
Too bad everything but love weighed on his scale: my insecurities, my silences, the off days. Everything ended up on the wrong side of the balance.
But when someone measures you, they’re already shrinking you.

Over time, I understood: I wasn’t “too much.”
He was too little.
Too unwilling, too shallow, too absent.
He only had the manual for not ruining his day.

And luckily, I don’t follow manuals.

I wasn’t “too much.” I was just too real for his calorie-counted idea of a relationship.
Let him stay light.
I choose the kind of love that can carry the weight of a whole woman.

Il mare sotto la superficie

Ci sono momenti in cui, quando qualcuno se ne va, il dolore non si annida solo nel vuoto che lascia, ma nella guerra silenziosa che si scatena dentro di te. Non contro di lui, come sarebbe giusto, logico, necessario, ma contro te stessa.
Sì, perché invece di alzare il mento e vedere con chiarezza l’evidenza, che l’uomo in questione era privo del coraggio necessario per restare, amare, combattere, la tua mente si trasforma in un tribunale spietato. E l’imputata sei tu.

Ti ritrovi a riscrivere ogni scena, ogni parola, ogni silenzio. A chiederti se sei stata troppo, o troppo poco. Se sei stata sbagliata in modi che non riesci nemmeno a nominare.
È stupido, lo sai. Ma c’è qualcosa dentro che preferisce darsi la colpa, perché l’alternativa, accettare che l’altro fosse semplicemente incapace, fa ancora più male. Perché almeno, se è colpa tua, puoi migliorarti. Aggiustarti. Controllare il disastro.

Eppure, col tempo, qualche notte insonne dopo, qualche lacrima in meno, e un po’ di amore in più verso te stessa, ti accorgi che non sei rotta. Sei solo umana. E in questa umanità a volte si ama con troppa fame, si chiede con troppa paura, si dona con troppa speranza.
Non sei sbagliata. Solo intensa. Profonda. E spesso, troppo viva per chi sa solo amare in superficie.

E allora ecco cosa succede quando il dolore scava, quando la mente mente, e quando il cuore, invece di accusare, si accusa. Uno sguardo sincero dentro di sé, quando tutto questo, semplicemente, accade.

Buona lettura.

La fine di una storia non è mai un punto. È una linea spezzata che continua a tremare dentro.
Oggi il peso della rottura mi sembra insostenibile.
Mi manca.
Mi manca terribilmente.
E il desiderio di tornare tra quelle braccia grida dentro di me più forte di qualsiasi logica.

Le domande si affollano.
Le risposte si nascondono.
E resta questa sensazione difficile da nominare:
forse il mio bisogno di ricevere amore è più grande della mia capacità di amare.

Sembra una confessione scomoda, lo so.
Ma è la mia verità. E non voglio più nasconderla.

Se un giorno qualcuno vorrà starmi accanto, credo che non gli racconterò favole.
Non mi mostrerò più forte di ciò che sono.
Dirò, forse con un sorriso triste:
“Sai perché è finita la mia ultima storia? Forse perché sono una brutta persona.”

Non lo credo davvero, ma è ciò che a volte sento.
Perché so di essere difficile.
So di essere un insieme di parti che si contraddicono.
Una parte di me vuole accogliere, l’altra si difende.
Una parte ama profondamente, l’altra ha paura di non essere amata abbastanza.
E quando il bisogno prende il sopravvento, tutto si complica.

Ho bisogno di attenzioni. Di gesti semplici ma costanti.
Di parole che mi dicano che esisto, che valgo, che posso smettere di lottare.
Ho bisogno di sapere che c’è un porto dove posso fermarmi senza dover meritare tutto, sempre.

Mi comporterò male?
Probabilmente sì.
Non per cattiveria, ma perché quando il bisogno è troppo, l’amore si confonde.
Diventa richiesta, diventa aspettativa, diventa timore.
Non è un vuoto, è un vortice.

Chi vorrà entrare nel mio cuore dovrà sapere che non troverà una strada semplice.
Sarà un viaggio tortuoso, dentro le mie insicurezze, tra le mie paure più profonde.
Sarà una sfida.
Sarà come aprire un forziere chiuso con dodici catene.
E lì dentro ci sono io: fragile, affamata d’amore, in cerca di protezione.
Forse l’ho perso per questo.
Forse non sono riuscita a fargli sentire tutto ciò che provavo.
Eppure, nel cuore… oh, sì che l’ho amato.
Lo amo ancora.
Ma fuori, nei gesti, nel quotidiano… non è bastato.
Non l’ho fatto sentire al sicuro.
Non abbastanza.

Stare con me è difficile.
Non impossibile, ma richiede coraggio.
Perché dentro di me convivono spinte opposte: il bisogno di fusione e il desiderio d’indipendenza, la voglia di amare e la paura di perdere.
E queste forze mi attraversano, si scontrano, si cercano.

Amarmi è un viaggio dell’eroe.
Per chi non cerca la perfezione, ma la verità.
Per chi sa che amare qualcuno significa anche imparare a sostenerne le contraddizioni, i vuoti, le ombre.
E non per riempirli, ma per abitarli insieme.

Mi ha detto: “Ti lascio, non ci penso, mi butto.”
Come se andarsene fosse il salto nel vuoto.
Ma io credo che il vero lancio sarebbe stato restare.

Il desiderio che lui potesse trovare il coraggio era forte.
È ancora forte.
E grida dentro di me.
Speravo con tutta me stessa che potesse comprendermi e restare.
Gliel’ho detto tante volte: “Resta.”
E lui è rimasto.
È rimasto spesso.
Fino a quando ha deciso di non farlo più.

Troppo arduo questo posto.
Questo labirinto ingannevole che cambia, blocca, spaventa.

Mi fermo.
Mi ascolto.
E nell’immaginare questo universo complesso che io sono, comprendo una cosa:
amare non è solo dare, e nemmeno solo ricevere.
È un equilibrio fragile, una danza tra il riconoscere sé stessi e lasciarsi vedere dall’altro.
E forse, solo forse, l’amore più grande è quello che ci permette di integrare tutto:
la nostra luce e la nostra ombra, il bisogno e la generosità, la paura e il coraggio.

Non so ancora se ne sono capace.
Ma sto imparando.